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SEX EDUCATION: voto diesci

 

Sex Education è l’ultima mania mediatica di casa Netflix. Lo sapete, io sono contrario a queste fissazioni collettive per un prodotto commerciale. E devo dire che mamma Netflix è bravissima in questo: quasi ogni serie tv che produce diventa un cult, che spopola nelle scuole e sui social. Ho odiato il periodo Tredici, ho odiato The End of the f*cking world.

Per cui devo ammettere che ho deciso di cominciare la serie con l’intento di smontarla pezzo per pezzo. Poi, però, è stata lei a smontare me. Vediamo perché Sex Education è un prodotto valido oltre ogni aspettativa.

Sex Education è educativo

Strano ma vero, un telefilm vietato ai minori di 14 anni, andrebbe mostrato agli adolescenti. E non perché ci sono cazzi e culi in bella vista in tutti gli opening di puntata. Parlo piuttosto della capacità degli autori di saper comunicare ai giovani su temi delicati e con un linguaggio giovane. Nulla di forzatamente giovane, semplicemente e naturalmente giovane.

Sex Education tratta temi controversi come il sesso minorile, l’aborto, il revenge porn, l’omosessualità. Prende posizioni in questioni etiche, condivisibili o meno, riuscendo sempre nell’intento di non svilire l’idea opposta. Nella puntata 3 *SPOILER SPOILER SPOILER* Maeve decide di interrompere la gravidanza. Il regista decide di prendere una posizione morale su una questione ancora molto discussa, soprattutto in America. Lo fa, però, con delicatezza, mostrando il dolore e la sofferenza dietro ad una scelta così difficile. Maeve infatti è risoluta nella sua scelta. Nonostante ciò, la protagonista non si pone come un baluardo del PRO CHOICE, perché la vicenda è interamente personale e il dolore è privato.

Allo stesso modo si dà voce anche a chi sostiene la scelta opposta. Fuori dalla clinica i protagonisti fanno la conoscenza di una coppia di giovani PRO LIFE, attivisti cattolici che lottano per il diritto alla vita. I due sono analizzati con la stessa lente critica. La puntata ne evidenzia infatti le incoerenze, i fanatismi e le fragilità, proprio come ha fatto con Maeve. Anche loro non si appiattiscono su degli stereotipi, ma mostrano di avere una loro ricchezza di esperienze, di vissuto e di idee. In questo modo anche la causa che sostengono (che è opposta a quella indirettamente sostenuta dalla protagonista) diventa valida, se non condivisibile, per tutti.

Sex Education sa gestire la narrazione

Quante volte vi è capitato di sbuffare mentre guardate una serie adolescenziale/romantica, perché avevate già capito dove andava a parare? “Massì, dai, c’è un protagonista buono ma sfigato e una ragazza sexy e randagia. La tipa lo friendzona, poi capisce quanto è importante per lei e se ne innamora.” Ecco, in questa serie non vi capiterà.

La ragione è che l’universo narrativo di Sex Education è così sapientemente costruito da apparire dinamico e verosimile fino all’ultima relazione tra personaggi. Come nella realtà, il protagonista ha la sua migliore amica di cui, in fondo, è innamorato, ma ha anche una rete di altre conoscenze, relazioni, che lo pongono davanti a continue scelte.

C’è l’azione drammatica principale – lo slancio del protagonista per il personaggio femminile – ma c’è anche una cospicua rete di sottotrame che lo disorientano di continuo, permettendogli di tracciare un percorso non lineare. C’è la ragazza strana con cui vuole consumare il suo primo rapporto sessuale senza sentimento, per esempio. C’è quella grintosa e affascinante per il quale prova più che una simpatia, palesemente ricambiata. Maeve stessa non si fidanza con un bulletto a caso, ma con un personaggio ricco di caratteristiche, sfumature e relazioni.

La relazione tra i due protagonisti (lei, lui) non è quindi vissuta come l’unica possibile in una marea di personaggi, come spesso avviene in questo genere di serie. E’ solo una delle tante plausibili interazioni che ci posso essere in un universo regolato da leggi simili alle nostre.

Sex Education usa i cliché senza farsi usare dai cliché

La mamma sessuologa disinibita ma in fondo gelosa e insicura come tutte le altre mamme, la ragazza randagia alla Avril Lavigne, l’amico gay estroso e affettuoso, senza girarci tanto attorno, sono dei cliché. Purtroppo gli stereotipi vanno forte nella narrazione occidentale, c’è poco da fare. Specie nella serialità. Anzi, possiamo affermare che la narrazione di generi codificati (come la commedia) si basa quasi esclusivamente su di essi, perché offrono allo spettatore degli schemi cognitivi facili da riconoscere e creano caratteri con cui empatizzare più velocemente. Lo spettatore moderno vuole vedere cose che già conosce, non sforzarsi per orientarsi in un mare grigio di ambiguità e non-familiarità.

Però c’è modo e modo di affrontare questo materiale usato e abusato. Easy A (2009) per esempio lo sa fare. Sex Education, idem. I personaggi, pur essendo fortemente caratterizzati, non sono piatti o caricaturali. Hanno una loro psicologia, fanno scelte non sempre prevedibili, tutte dettate dal loro vissuto, dalle loro esperienze passate. Maeve, per esempio, decide inaspettatamente di aiutare la stronzetta di turno quando questa viene minacciata dal revenge porn. E lo fa perché lei stessa, anni prima, era stata vittima di una maldicenza, che le aveva rovinato reputazione e amicizie.

I personaggi sono ricchi di sfaccettature, nonostante spesso ricoprano ruoli fissi. Tali sfumature traspaiono in modo disinvolto e talvolta sottile. Pensiamo al padre di Eric, il migliore amico di Otis. E’ il tipico genitore che non si sente a suo agio con l’omosessualità del figlio, nonostante gli voglia bene. Questo disagio però non traspare con una volgare opposizione omofoba ma viene trasmessa goccia dopo goccia alla mente figlio attraverso i suoi avvertimenti intimoriti e disorientanti.

La non accettazione di avere un figlio gay non si palesa mai del tutto, ma viene lasciata intuire attraverso espressioni corrugate, sospiri, frasi lasciate a metà, momenti di vera e propria negazione psicologica (ovvero quando un evento traumatico viene tacitamente negato dal cervello per proteggersi dalla sofferenza che provoca). Quando Eric viene picchiato da un omofobo, per esempio, il padre racconta alla famiglia che è caduto dalla bicicletta. Frasi come: “Devi crescere e smetterle con queste fantasie”, “Copriti prima di uscire, vuoi che ti vedano così?” instillano nella mente fragile di Eric paure e insicurezze, che lo portano al crollo mentale dell’episodio otto.

Il vero capolavoro di psicologia è la frase che gli rivolge in macchina, subito dopo l’aggressione: “Devi essere più forte, se vuoi scegliere di fare questa vita”. Il padre vuole trasmettere al figlio i suoi valori, proteggerlo dal mondo e temprarlo, finché può. Vuole che il figlio realizzi l’idea di uomo che ha per lui. E lo fa con affetto e sincero interesse.

Tuttavia, nella sua limitatezza, lo fa nella maniera sbagliata e con una scelta di parole che trapela omofobia e non permette un vero e proprio dialogo con il figlio. L’omosessualità infatti NON è una scelta: gay lo si è e basta. Fa male sapere che il proprio genitore non comprende questa cosa, chi vi scrive lo sa. E capisco e mi immedesimo perfettamente in Eric, che reagisce alla frase con chiusura emotiva e ribellione. Rivedere una situazione che ho vissuto in prima persona è stato catartico, è per questo non posso non affermare che Sex Education è costruita ad arte.

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