1 ottobre 2018

Perché anche gli Italiani dovrebbero vedere BlacKkKlansman?

Blackkklansman

Ci sono film che nascono con l’obiettivo di diventare dei cult, di concorrere ai festival e di sbancare al botteghino. BlacKkKlansman non è uno di questi.
L’ultimo lavoro dell’inarrestabile Spike Lee (in sala dal 27 Settembre) è una denuncia bella e buona, un monito, il tentativo non solo di intrattenere il pubblico ma soprattutto di influenzarne l’opinione. E lo fa in maniera impeccabile, mettendo in scena un problema di ieri per accusarne uno di oggi. La pellicola parte raccontando una storia dal messaggio implicito ma si conclude con una dichiarazione più che esplicita, d’impatto. E non solo per il pubblico statunitense, ma per il mondo intero, Italia sotto il governo del “Capitano” compresa.

 

BlacKkKlansman
Ron Stallworth (John Washinghton) e David Duke (Topher Grace)

 

Il nero che la mise in quel posto al Ku Klux Klan

La “fottu*a storia vera” (cit.) da cui è tratto BlacKkKlansman vede John David Washington (figlio del celebre Denzel) nei panni di un iconico Ron Stallworth, il primo agente nero di Colorado Springs. Spinto dal senso di rivalsa che lo accomuna ai suoi “fratelli” ma volendo operare nella legalità, Ron ha un’intuizione: è possibile infiltrarsi nel Klan più amorevole degli USA e scalarne le vette per metterne a nudo i piani. E sebbene l’essere nero possa rappresentare un ostacolo non indifferente, “con il bianco giusto tutto è possibile”. E se il bianco in questione, Flip Zimmerman,  è interpretato da Adam Driver, allora non c’è dubbio.

BlacKkKlansman
Adam e John, una chimica perfetta.

 

BlacKkKlansman è pervaso da una costante ironia, che cerca di alleggerire la narrazione nel migliore dei modi. I costumi, le musiche ed il montaggio del film valgono davvero lo sforzo fatto per immedesimarsi in un contesto totalmente estraneo al nostro. Ben fatto, Spike!

 

Spike Lee vs Trump

Lo sappiamo benissimo, negli ultimi anni molti prodotti cinematografici stanno cercando di ergersi ad ambasciatori di messaggi politici, stimolando un pubblico sempre più sensibile alle polemiche scaturite. BlacKkKlansman nasce con questa urgenza, mettendo in scena un parallelo tra il razzismo classico e omertosamente ignorato degli anni ’70 e la macchina dell’odio rimessa in moto dall’ascesa di Trump.

BlacKkKlansman Spike Lee
Spike Lee.
Fonte: IndieWire

 

Mr. Lee è stato inconfondibile durante la conferenza stampa al Festival di Cannes, che ha deciso infatti di premiare l’audacia della pellicola con un Gran Prix.
Al regista è stato chiesto quanto avessero influito nella realizzazione del film gli eventi di Charlottesville, che così ha spiegato:

“C’è un tizio alla Casa Bianca, non dirò il suo ca**o di nome… quel co****ne non ha denunciato il ca**o di Klan, l’Alt-right, e quei cog***ni Nazisti […] avrebbe potuto dire al mondo, non solo agli Stati Uniti, che siamo meglio di così. […] E devo dire che questo problema non affligge solo gli Stati Uniti, ma il mondo intero. Queste ca***te da estrema destra le sentiamo in tutto il mondo. Dobbiamo svegliarci e smettere di stare in silenzio. […] Questo film per me è un campanello d’allarme. […] Non mi interessa cosa ne pensa la critica o chiunque altro. Questo film è dal lato giusto della storia”.

 

BlacKkKlansman, anche per noi italiani

In quella che sembra ormai l’era “dell’Involuzione” sociale, dove i commenti nei social sono popolati da paladini per la lotta al “razzismo verso i bianchi”, BlacKkKlansman riesce a mettere a nudo il paradosso del ripetersi degli eventi. Stessi paradigmi razziali e razzisti di una volta, stesse strumentalizzazioni politiche, stesso odio. Usciamo dalla sala con una sorta di senso di colpa, come se non ci fossimo mai accorti dei privilegi concessi. Tutto nato da pochi semplici minuti che il regista ha scelto di accodare alla fine di quella che ci era sembrata solo un’inusuale avventura americana, ma che dovrebbe invece far riflettere il pubblico di ogni nazionalità.

 

Gaetano Sinatra

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