11 ottobre 2018

Maniac – La recensione della nuova miniserie Netflix

Un’analisi su Maniac

 

 

Salve a tutti cinefili maniaci, benvenuti nell’angolo delle recensioni di Natasha!

Ebbene sì, signore e signori, dopo eoni sono finalmente tornata a scrivere su questo meraviglioso sito. Vi sono mancata? Sento un imbarazzatissimo silenzio in sala…

Comunque voi mi siete mancati tantissimo. Iniziamo dunque subito, non perdiamoci in chiacchiere e partiamo in quarta con la recensione della nuova miniserie firmata Netflix, ovvero Maniac, per la regia di Cary Fukunaga.
Premetto che questa miniserie è il rifacimento di un’omonima norvegese del 2014 che però non ho visto, e per questo motivo non potrò fare paragoni.

Il cast per Maniac è stellare: i due protagonisti, Annie ed Owen, sono rispettivamente interpretati da Emma Stone e Jonah Hill, e figurano nella storia anche Justin Theroux, Sally Field e Gabriel Byrne. Inutile dirvi quindi che il livello recitativo per questa miniserie è davvero alto e curato.

 

 

Partiamo quindi con la trama: in Maniac ci troviamo in quello che pare un universo anni ’80 distopico, malato e chiuso, un sistema nel quale pare esserci un’esasperazione di tutto ciò che viviamo adesso (di alcune chicche parleremo nel dettaglio dopo), un universo nel quale Annie ed Owen, la prima una ragazza con spunti depressivi e dipendente da un particolare farmaco, il secondo quello che pare essere considerato il figlio sbagliato di una facoltosa famiglia, con problemi di paranoia e forse anche schizofrenici, non riescono a vivere davvero. Vanno avanti, sopravvivono, ma non vivo.
Per due motivazioni molto differenti, i due si troveranno a testare una tripletta di farmaci, un trattamento abbastanza rischioso chiamato ULP, volto a rendere inutile ogni tipo di psicoanalisi, rendendo possibile la guarigione da ogni trauma assumendo tre pastiglie, la A, la B e la C. L’esperimento è condotto da scienziati non così rassicuranti ed è attentamente controllato dal supercomputer GRTA, Gertie, un’incredibile intelligenza artificiale.
Le cose cominciano a diventare complicate quando, durante gli esperimenti, le coscienze e le esperienze di Annie ed Owen si sovrappongono, e quando Gertie comincia ad avere un grosso problema strutturale.

Questo è quanto per la trama di Maniac, per evitare di fare spoiler alcuno. Cominciamo quindi a fare un po’ un’analisi di questa serie.

Già dalla primissima puntata, è facile assaporare quel gusto alla Black Mirror che molti amano; alcune scelte sono secondo me davvero azzeccate e geniali, prima fra tutte l’esistenza del servizio Ad Buddy, un metodo di pagamento alternativo che ti permette di non spendere soldi, ma che ti fa spendere minuti o anche più della vita ad ascoltare pubblicità letteralmente elencate da un simpatico omino. Avete presente quando, nei giochi per cellulare, guadagnate monete guardando pubblicità? Ecco, l’idea è la stessa, ma portata all’estremo.
Molto interessanti anche le ambientazioni di tutta Maniac: a parte nei riflessi, ovvero nelle esperienze simil-oniriche che i protagonisti vivono dopo l’assunzione dei farmaci, sono tutte chiuse, asfissianti, estremamente disordinate o fastidiosamente ordinate. L’intelligenza artificiale, Gertie, è un elemento decisamente importante, criptico e che, come ogni intelligenza artificiale, mette quella certa dose di ansia che non guasta mai.
Maniac offre anche riflessioni sull’universo: è tutto caotico, casuale, oppure è causale, ordinato? Vi è uno schema, nelle nostre vite?

 

 

Cerchiamo però di tirare un poco le somme di Maniac, ora che abbiamo esposto la trama ed alcune delle tematiche principali.
Se state cercando qualcosa di nuovo, di assolutamente innovativo, Maniac non è quello che state cercando. Nonostante gli spunti di riflessione, nonostante la splendida regia, nonostante le trovate particolari, non ho trovato nulla che mi abbia fatto gridare “wow”. Il finale, ottimo, poteva essere un po’ prevedibile, e tutti quegli elementi che hanno cercato di sconvolgere in qualche modo lo spettatore non si sono mai spinti abbastanza. Anche l’intelligenza artificiale, il modo in cui è stata scritta, è qualcosa di già visto, un po’ in 2001 Odissea Nello Spazio e un po’ in Io, Robot. In generale, mi è parso di vedere una puntata molto dilatata di Black Mirror ma con meno disagio.
Detto questo, è una serie che sconsiglio? Assolutamente no. Anzi, consiglio davvero a tutti di guardare questa miniserie. Non scuoterà come altri prodotti, ma sicuramente fa pensare, e sicuramente crea spunti di riflessione interessanti. I simboli presenti nella serie sono tanti, forse persino troppi per essere analizzati tutti, il mio preferito forse quello del falco (al quale vi chiedo di fare attenzione) prima ferito, curato, poi aggressivo e liberato.
Sicuramente Maniac è un buon modo per approcciarsi a riflessioni di tipo psicologico ed etico, un modo per provare a comprendere quanto la mente possa essere complessa e difficile da decifrare, ed un modo forse per scavare un po’ dentro ciascuno di noi, ed analizzarci un po’.

 

 

Natasha Vagnarelli

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