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LOVE DEATH + ROBOTS: la recensione

Vi ricordate quando nell’articolo dedicato all’aberrante Adrian abbiamo detto che il genere d’animazione distopico, se fatto bene, può portare a risultati succulenti? E quando abbiamo snocciolato i titoli di cartoni animati adatti ad un pubblico adulto, ve lo siete dimenticato? Beh, pare ci sia un nuovo titolo da aggiungere alla lista, e ce lo fornisce mamma Netflix. Si chiama Love Death + Robots ed è un ottimo prodotto, con alcune chicche che non dovreste perdervi.

Love Death + Robots non è propriamente una serie tv, quanto una raccolta di cortometraggi, uniti da due sottotemi comuni: la sfiducia per il futuro del genere umano e il rapporto con la tecnologia.

I cortometraggi sono 18 e presentano stili di animazione diversi tra loro. Questo perché dietro alla maggior parte dei corti ci sono capi animatori diversi. Alcuni di questi provengono da case di produzione famose, come la Disney, la Touchstone o la Dreamworks.

Il progetto è stato sostenuto e ideato da Tim Miller, regista di Deadpool, e prodotto dal grande David Fincher. Il proposito dei due era di raggruppare un pool di creativi che sviluppassero un prodotto totalmente anti-disneyiano e adatto ai palati più maturi e affini ai videogiochi. In effetti lo stile in CGI e la trama della maggioranza dei corti sembrano rubati alle cutscenes di videogiochi come Halo, Mass Effect o Metal Gear Solid.

Gli scenari sono o post apocalittici, o distopici, o sci-fi hard. La narrazione è generalmente breve, succinta; non si dice né più né meno di quanto c’è bisogno di sapere per entrare e uscire dalla storia. A livello di scrittura non troviamo esperimenti estremi, né per quanto riguarda la ricerca di dialoghi inediti né per strutture narrative originali.

Quali sono i cinque titoli che non dovreste assolutamente perdere di Love Death + Robots? Ve li suggerisce il Violetta.rocks.

Zima Blue. Al primo posto della nostra classifica troviamo la storia intima e introspettiva di Zima Blue. Lo stile di disegno schiaccia l’acceleratore verso la stilizzazione. Per questo potrebbe ricordare gli esperimenti di Genndy Tartakovsky in Samurai Jack per Cartoon Network, ma meno minimale. Il vero valore di questo episodio però, a mio dire, risiede nel messaggio filosofico che il regista consegna allo spettatore. Il messaggio è chiaro: la felicità e la bellezza si celano dietro a cose semplici, come il saper compiere la stessa operazione in modo perfetto e completo. Zima Blue riesce ad insegnare in dieci minuti quello che La Grande Bellezza punta a trasmettere in 2 h e 21 min di film.

The Witness. Struttura narrativa non solo circolare ma a nastro di Moebius perfetto. Nulla di esageratamente originale ma di sicuro funziona. The Witness si guadagna il secondo posto non per la trama ma per lo stile di disegno ricco e ricercato. Ricorda decisamente il fresco di oscar Spider-Man: Un nuovo universo, e in effetti il suo regista a partecipato alla realizzazione del lungometraggio animato. Ogni singolo frame di questo corto potrebbe essere incorniciato e tranquillamente esposto in una pinacoteca. L’orgasmo visivo è accompagnato da un’atmosfera deliziosamente urbana e non inquinata da elementi fantascientifici, scelta artistica che personalmente gradisco più rispetto ad altri episodi molto più hard sci-fi.

Good Hunting. Stile vicino ai prodotti dello Studio Ghibli, ricorda la buona vecchia scuola di disegno a mano. Particolarmente vividi gli scenari che dipinge, le espressioni del viso e la dinamica fluida di combattimenti e fughe. Un buon saggio di come l’occidente può reinterpretare il genere “anime” giapponese.

Beyond the Aquila Rift. La computer grafica raggiunge picchi di meraviglia e stupore. La potenza visiva e la maestria con cui si raccontano le scene finali e il turning point lo rendono un manuale di scrittura e disegno per i posteri. Raramente un accostamento così ardito di immagini (alla maniera di Ėjzenštejn) e un uso talmente sfacciato della tripofobia mi hanno causato le vertigini e la nausea che mi ha generato la visione di questo corto. Clap clap.

Three Robots. Bello, simpatico e irriverente. E pieno di gatti. Che altro dire?

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