10 ottobre 2018

Harry Potter e la Depressione

Harry Potter e la Depressione

Nel 1993 una certa Joanne Rowling era una signor nessuno. Una madre sola, divorziata dopo pochi anni di matrimonio, figlia di un padre con cui proprio non riusciva a comunicare e orfana di una madre che amava. Disoccupata, con una figlia a carico, a un passo dal diventare una senzatetto.

Nel 1993 Joanne Rowling era clinicamente depressa. Tutto quello che le era rimasto era uno spoglio appartamento, la piccola figlia Jessica, una vecchia macchina da scrivere e una storia. La storia che di lì a due anni le avrebbe totalmente cambiato la vita ha ereditato alcuni dei tratti migliori proprio in quello che la stessa autrice definisce “un periodo orribile”.

 

Joanne Rowling,

Se Joanne non avesse avuto il coraggio di ricostruire da zero la sua vita credendo solo nelle sue capacità da scrittrice e sistemando un paio di spessi occhiali su un maghetto riccio e mingherlino, oggi a noi mancherebbe un pezzo della cultura contemporanea. L’elaborazione del lutto, il fallimento e il disturbo depressivo vengono raccontati, lungo il percorso del giovane Harry, attraverso metafore che ancora oggi stentiamo a comprendere fino in fondo.

Il 10 Ottobre è stata negli ultimi anni riconosciuta come Giornata Mondiale della Salute Mentale. Proprio oggi vorrei che provassimo a leggere (anche impropriamente) tra le righe della saga, cercando di raccontare la depressione e l’importanza della sanità mentale attraverso gli stessi spessi occhiali del “Ragazzo che è sopravvissuto”.

 

I Dissennatori

 

“I Dissennatori sono le creature più disgustose della terra. Infestano i luoghi più cupi e sporchi, esultano nella decadenza e nella disperazione, svuotano di pace, speranza e felicità l’aria che li circonda. […] Se ti avvicini troppo a un Dissennatore, ogni sensazione piacevole, ogni bel ricordo ti verrà succhiato via. Se appena può, il Dissennatore si nutrirà di te abbastanza a lungo da farti diventare simile a lui… malvagio e senz’anima. Non ti rimarranno altro che le peggiori esperienze della tua vita.”

-Remus Lupin, Harry Potter e Il Prigioniero di Azkaban

 

Dementors

Quando Joanne Rowling fece ritorno a Edimburgo dal Portogallo, dove Jessica era nata e il matrimonio era fallito, ebbe la consapevolezza che tutto quello per cui avesse lottato fosse andato in cenere. La delusione e il peso delle responsabilità condussero Joanne a una rapida discesa nel labirintico garbuglio dei sintomi depressivi. “Immobile, fredda, incapace di credere che prima o poi sarei stata nuovamente felice o spensierata. Come se ogni colore non avesse più vitalità.” ¹

Le sensazioni invalidanti, l’immobilità provata di fronte a qualcosa più forte di te, capace di assorbire ogni motivazione per andare avanti è stata, come si è già detto tante volte, perfettamente incanalata dalla scrittrice nella tetra figura dei Dissennatori. “Non è tristezza. So cosa significa essere tristi, non è sempre una brutta cosa piangere e sentirsi giù. Ma è la fredda assenza di sentimenti che ti rende vuoto.” ²

Dementor's Kiss

Quando Harry incontra per la prima volta un Dissennatore non riesce a spiegarsi per quale motivo sia stato subito preso di mira, fino addirittura a svenire sul pavimento dell’Hogwarts Express, davanti ai suoi amici.  La risposta di Lupin è chiara: “Tu non sei debole Harry. I Dissennatori hanno più effetto su di te che sugli altri perché ci sono dei veri orrori nel tuo passato, orrori che i tuoi compagni possono a stento immaginare. Non hai nulla di cui vergognarti”.
La depressione non è di certo selettiva, ma la predisposizione ad essa è una degli oggetti di studio più impegnativi. I traumi infantili e le esperienze pregresse sono tra i fattori predisponenti più enfatizzati nelle ricerche mediche. Ed Harry, suo malgrado, è una preda che non può essere ignorata dai Dissennatori, proprio per la sua triste infanzia.

 

I Signori Paciock

 

Alice e Frank Paciock

La saga cinematografica, agli occhi dei più appassionati lettori, si sa, ha delle grandi pecche. La storia di Silente è pressoché accennata, la schiavitù degli elfi domestici ad Hogwarts viene totalmente omessa, ma uno dei momenti più delicati e carichi di significato non è stato mai raccontato dal grande schermo.
Quando nel quinto libro della saga, “L’Ordine della Fenice”, Arthur Weasley viene attaccato da Nagini, il malcapitato capofamiglia viene ricoverato al “San Mungo”, l’Ospedale Magico in cui vengono accolti numerosi pazienti del mondo dei maghi.
Durante uno dei pomeriggi in cui la famiglia Weasley ed Harry vanno a far visita al povero Arthur, Ron riconosce da lontano Neville e sua nonna, anche loro al San Mungo per far visita a Frank e Alice Paciock, i genitori di Neville.
Nella stanza in cui sono ricoverati i due ex-auror, la nonna di Neville racconta di come i suoi genitori si siano coraggiosamente battuti contro i Mangiamorte fino a perdere il senno dopo le torture di Bellatrix Lestrange.

Neville Paciock
La delicatezza con cui la Rowling descrive la vergogna di Neville nell’essere sorpreso dai suoi amici in un momento così intimo e delicato, l’ingenuo ma intenso gesto di Alice Paciock che non è più capace di parlare ma riesce ancora a mostrare quel genuino interesse nel vedere felice il proprio figlio, sono tra le scene più commoventi del libro.
Una famiglia separata dalla sofferenza, incarnata dalla maledizione Cruciatus, che scardina la sanità mentale di due genitori devoti, persi ormai nel labirinto delle loro menti. Neville soffre forse più di Harry. Rivedendo spesso i suoi genitori in un ospedale, ricorda ogni volta che la “normalità” della sua famiglia è andata perduta.

 

Colui che non dev’essere nominato

 

Una della prime caratterizzazioni che abbiamo del Signore Oscuro, sia nei libri che nei film, è che il suo nome non può essere pronunciato ad alta voce. “Tu-sai-chi” o “Colui che non dev’essere nominato” diventano simbolo del terrore che molti personaggi provano anche al solo pensare il nome del mago oscuro.

Così è spesso per la depressione. Sentirsi dire che la propria mente non funziona più, che è necessario recarsi da degli specialisti e che bisogna adottare una cura, farmacologica o psicoterapeutica che sia, è difficile, come se tutto fosse scaturito da una volontaria debolezza o come se altri tipi di patologie fossero più dignitose.

Lord Voldemort

La malattia diventa “Colei che non dev’essere nominata”.
È Hermione a sentenziare: “La paura di un nome non fa che incrementare la paura della cosa stessa”, spiegando il motivo per cui Harry e Silente non esitano nel pronunciare il nome “Voldemort”. La lotta ad un nemico la si fa quindi conoscendolo, rendendolo fisico e palpabile, non demonizzandone il nome ed evitando di guardare in faccia la realtà come se fosse un tabù.

In un mondo che soffre sempre di più questi disturbi dobbiamo alzarci ed avere il coraggio di Harry Potter e la consapevolezza di Albus Silente, non negare l’evidenza come Cornelius Caramell e farci intorpidire dalla paura.

 

E ricordate:

La felicità la si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo uno si ricorda… di accendere la luce.
-Albus Silente

Gaetano Sinatra

 

Fonti:
1 – J.K. Rowling: A Year in the Life
2 – The Oprah Winfrey Show

 

  • Roberto Lunelio

    Questo articolo è davvero incantevole, soprattutto l’attenta lettura del comportamento imbarazzato di Neville Paciock.

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