25 ottobre 2018

Film Horror: ieri, oggi e domani (forse)

Film Horror, un essay

 

 

Salve a tutti cinefili maniaci, benvenuti nell’angolo degli articoli di Natasha!

Sì, lo sapete, è inutile che ve lo dica ogni volta: io amo l’orrore. Amo l’orrido, il grottesco, lo spaventoso. Inutile dire, quindi, quanto io ami la festa di Halloween, la Vigilia di Ognissanti. E, si sa, non c’è nulla di più classico, ma mai fuori moda, di guardare, durante questa festa, un buon film horror. Tuttavia, oggi, non recensirò un film in particolare, né farò una top delle mie pellicole preferite.
Oggi, infatti, scriverò un piccolo essay sulla categoria horror, cercando di analizzarla e raccontarla in modo esaustivo ma conciso.

Solitamente, si fa risalire l’origine dell’horror e delle pellicole di questa categoria ai romanzi gotici, scritti dalla seconda metà del Settecento in poi, ma io credo che l’horror, nel senso più ampio del termine, ovvero paura, disgusto, shock, nasca dall’età classica, in particolar modo dalle tragedie greche. Le rappresentazioni teatrali, in fondo, sono l’anticipazione del cinema, e anche se non siete cultori della letteratura greca, sicuramente saprete che molte opere, da Edipo Re a Le Baccanti, non sono esattamente leggere; trattano tutte tematiche decisamente pesanti, dall’incesto, al cannibalismo, al patricidio, all’uccisione dei propri figli. Tutti argomenti sconcertanti e tabù. Argomenti che, però, per noi cultori del cinema horror, non risultano così estranei. Ma perché rappresentare cose così orribili? E soprattutto, perché le tragedie, come i film horror ora, hanno sempre avuto così tanto successo?
La risposta è in quella che viene definita catarsi, in particolare nell’accezione aristotelica: l’angoscia e le emozioni finte, che cioè non derivano da situazioni reali, che si provano assistendo alla tragedia rappresentata sulla scena, si trasformano nel piacere dello spettacolo che procurerà una purificazione del simile con il simile, una liberazione delle passioni proprie dello spettatore con le passioni rappresentate.
In parole povere, nel vedere qualcosa di orribile, di tabù, ci sfoghiamo di quelle passioni e di quei sentimenti, di quella parte ombra, che tutti noi abbiamo.

A questo punto, vi è una separazione tra oriente ed occidente, per quanto riguarda l’horror, e andrò ad analizzare entrambe le parti. È da premettere, però, che le fasi che descriverò, come la precedente, sono sempre legate ai miti, alle leggende, nate comunque con intento catartico o anche di sottomissione (si pensi al mostro nell’armadio descritto ai bambini).

Il Castello di Otranto di Walpole è considerato l’iniziatore di quello che diverrà il fortunatissimo genere del romanzo gotico. Nato sia come critica sociale, sia come distacco dalla religione cattolica, il romanzo gotico è una categoria nuova di letteratura, che affonda le proprie radici, a mio parere, nella tragedia classica (nonostante le ambientazioni non siano ellenistiche), ma che fa un salto in avanti: la motivazione per cui si legge il romanzo gotico è, inconsciamente, sempre catartica, ma non viene scritta per quel motivo, o meglio, questa motivazione è solo sfruttata, ma non vi è alcun fine di purificazione. Non bisogna essere sollevati, dopo la lettura, anzi, bisogna essere travolti da quel sublime Romantico che è terrore, inquietudine.

In oriente, in particolare in Giappone, ciò che è precursore del film horror è la storia di fantasmi, il kaidan, risalente al periodo Edo, quindi dal 1603. Molto probabilmente, in Giappone, l’horror aveva lo scopo di prova di coraggio: basti pensare a molte leggende, nelle quali erano i samurai ad evocare spiriti, o anche alle creepypasta nelle quali sono spesso i protagonisti a sollecitare le entità maligne.

Sicuramente, oggi, questa antica differenziazione di origine, ha portato alla trattazione di diverse tematiche tra gli horror giapponesi o comunque orientali rispetto a quelli occidentali, i primi solitamente più legati alla psicologia e al sovrannaturale, ma ritengo che in generale questi due generi di horror e le varie intenzioni si siano unite fra di loro a partire dalla prima pellicola di questo genere: catarsi, coraggio e puro desiderio di inquietudine si fondono insieme.

Il primo film horror pare essere il cortometraggio muto Le manoir du diable del 1896. Sono però gli anni Trenta e Quaranta del Novecento a consacrare il cinema horror tramite i Mostri Universal. Queste pellicole, per l’appunto, riprendono gli archetipi di figure spaventose, cercano di focalizzarsi su una sola creatura, centro e fonte della paura. Negli anni ’60 si passa ad un horror che tende maggiormente allo psicologico, arrivando poi agli anni ’80 e ’90, dove le saghe horror più famose iniziano, creando nuovi mostri, nuovi archetipi, e la commistione con il J-Horror, l’horror giapponese, si fa più stretta.

Credo che fare una lista di tutti i film horror mai prodotti, di tutti i mostri (reali o meno) mai scritti, di tutte le sottocategorie degli horror, sia impossibile. Sono sicura che tutti voi avrete il vostro genere preferito, la vostra creatura preferita, il vostro serial killer horror preferito.
La produzione dei film horror (ma anche delle serie tv) continua, imperterrita, non si ferma mai.
Eppure, nonostante questa proliferazione (o proprio forse a causa di questa proliferazione) si sente sempre e solo un’affermazione: “Ah, non ci sono più gli horror di una volta…!”

Sinceramente, credo che questa frase sia un po’ qualunquistica, o comunque molto, molto approssimativa. Proprio perché esistono così tanti sottogeneri del cinema horror, è difficile dire quale “horror” non sia più quello di una volta.
Tuttavia, non mi sento nemmeno di dire che questa affermazione sia completamente sbagliata, a prescindere dal sottogenere di horror che si prende in analisi.
A mio modesto parere, ciò che sta rovinando il genere horror è il consumismo. Non si punta più sulla qualità del prodotto, quanto sulla quantità dello stesso. L’importante è che il prodotto venda, e oltre alla pubblicità, un prodotto vende se non è di nicchia. Quindi, niente restrizioni, paura sì, ma non troppo, tabù sì, ma non troppo, psicologia sì ma non troppo.
Non si osa più, nei film horror, e credo sia questo il vero problema: per trovare film che davvero colpiscano, disgustando o spaventando, bisogna andare a scavare sempre più nell’underground. I Mostri Universal non avevano paura di mettere su schermo qualcosa di nuovo, Nightmare lanciava un’idea sconcertante ed un personaggio ben curato, iconico, nonostante il bassissimo budget, Psyco andava a scuotere ciò che Edipo aveva iniziato, Salò o le 120 Giornate di Sodoma criticava una società malata e lo faceva facendo venire i conati di vomito, Ringu spaventava dentro, senza versare una goccia di sangue.

A mio parere, ciò che manca ai nuovi film horror è il voler osare. Facciamo un esempio recente: The Nun. Convento e demoni, suore e diavoli, sacro e profano. Si sarebbe potuto creare un vortice di blasfemia, di orrore, di situazioni terrorizzanti, ribaltando qualcosa di sicuro e tranquillo in qualcosa di orribile, ma non è stata sfruttata l’occasione come si sarebbe potuto fare.

 

E queste, miei cinefili maniaci, era un piccolo articolo, senza troppe pretese, sul film horror, sulla sua nascita, sulle sue intenzioni e sul suo presente.
Voi cosa ne pensate? Credete anche voi, come me, che i film horror dovrebbero osare, tornare a quella triade di catarsi, prova di coraggio e puro desiderio di inquietudine?

 

Natasha Vagnarelli

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