CINEMA

Dovete vedere “Il Primo Re”

Il Primo Re

Vedere “Il Primo Re” è un nostro dovere. Stiamo riuscendo a cambiare il trend cinematografico, stiamo affinando il gusto. Matteo Rovere modella Alessandro Borghi e Alessio Lapice come argilla, impasta fango e sangue e ne fa qualcosa di stupendo. Il racconto crudo di una mitologia arcaica, scolpita da un rapporto fraterno, è il cuore pulsante di una pellicola che ripaga ogni singolo sforzo. In sala diventiamo testimoni di un lavoro maniacale, di un prodotto dalla qualità indiscussa sotto ogni aspetto. È un cinema italiano che si evolve, diventa competitivo e originale senza dover scavare nelle culture altrui. Ma ha bisogno di un pubblico che non deve farsi pregare. È un nostro dovere.

 

Il Primo Re contro tutti

Il Primo Re

“Compromessi Sposi”, “Attenti al Gorilla”, “L’agenzia dei bugiardi”, “Dieci giorni senza mamma”, “Modalità aereo” sono i nomi di alcune delle commedie italiane in sala in questi primi mesi del 2019. Film con una data di scadenza ancora prima di ottenere risultati poco eclatanti al botteghino, ma comunque nati e pensati per il pubblico italiano. Sono molti gli spettatori alla ricerca di “leggerezza” e di un intrattenimento semplice quando entrano in sala. È un sacrosanto diritto del pubblico, ma giustifica davvero questo essere monotematici? L’unica arma che abbiamo per contrastare questa sciattezza mediatica è sostenere alternative coraggiose proprio come “Il Primo Re”.

Lo stesso Alessandro Borghi ha voluto rispondere ad alcuni commenti di sfiducia sul possibile successo al box office in Italia di un film così ad alto budget:

“La verità è che noi ci sottovalutiamo, ma siamo dei fichi in realtà. Noi tutti, che usciamo per andare a vedere un film in protolatino perché ci piace, perché siamo innamorati del cinema, siamo fichi.”

 

Remo e Romolo

Il Primo Re

Spiegare brevemente i punti di forza de Il Primo Re è difficile. Forse uno di quei film di cui meno si sa prima di entrare in sala meglio è. Il Protolatino spaventa sicuramente molti, ma pensare di sprecare il proprio tempo leggendo dei sottotitoli è assolutamente sbagliato. È una comunicazione fatta perlopiù di sguardi, di gesti propiziatori e silenzi pesanti. La lingua è lo strumento più potente che gli attori hanno per convincerci che quello è veramente il 753 a.C. Rozza, aggressiva ma allo stesso tempo nobile, quasi austera. Tania Garribba, la vestale che accompagnerà i due fratelli lungo il loro cammino, è la massima espressione di questo concetto, rendendo ogni sua parola quasi un sortilegio.

Fonte: Wired

Il rapporto tra Remo e Romolo, poi, è magnifico perché imperfetto. Due fratelli in lotta con il mondo e il volere degli Dei, ma con un diverso senso per il sacro e il dovere. Questa la colonna portante della pellicola, che non nasconde rimandi alla società di oggi. Rovere conferma:

“L’origine di Roma ci parla di accoglienza, ci parla di qualcosa che nasce per includere le persone che non hanno nulla. […] Tutto questo nella vicenda mitologica si semplifica in un sentimento fortemente emotivo, molto caldo, che è quello di due fratelli. […] C’è un calore, una volontà di aiutarsi a sopravvivere e di salvarsi in un mondo dove apparentemente è tutto impossibile”.
[Fonte]

Fonte: Linkiesta

Potremmo aggiungere elogi alla recitazione di Borghi, stupore per la fotografia tutta naturale e illuminata solo dal fuoco, orgoglio per le riprese solo su suolo italiano e per l’incredibile dedizione di filologi, costumisti e storici. Le imperfezioni esistono e non possono di certo essere ignorate nell’equazione. Il modo migliore per farlo è però discuterne fuori dalla sala. Age!

Gaetano Sinatra

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