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Disobedience: La Libertà di Amare || Recensione Film | #ARICINEMA

 Disobedience. Nelle sale Italiane dal 25 Ottobre. Con due meravigliose Rachel Weisz e Rachel McAdams. Non ho scelto le parole “libertà di amare” casualmente, sono quelle che riassumono lo spirito dell’intera pellicola. Da qualche parte ho letto che è stato definito “a combustione lenta”. Perché Disobedience è un film che si prende i suoi tempi. Eppure infiamma il cuore dello spettatore. Io ho percepito un incendio dentro di me a fine visione, una fiamma di assoluto desiderio di espressione.

 

La pellicola narra le vicende Ronit, la figlia del Rabbino della comunità ebraica ortodossa di Londra. La sua dipartita, a causa di una polmonite, da l’occasione a Ronit, un’intensa Rachel Weisz, di tornare a casa, in comunità, dopo una vita artistica e precaria di cui noi spettatori non sappiamo nulla. Ma della quale possiamo farci un’idea grazie ad alcuni indizi che il regista Sebastian Lelio ci regala durante la narrazione. Il suo rientro per il funerali le fa incontrare di nuovo la sua amica e amante Esti, un’ermetica Rachel McAdams, che negli anni ha sposato l’erede spirituale della comunità, Dovid. Ma perché lo ha fatto, se nel suo cuore è attratta dalle donne ed è profondamente legata a Ronit, alla loro storia, alla loro passione? Quest’ultima non tarda a tornare, travolgendole di nuovo e questa volta non senza conseguenze.

 

 

Libertà di amare. Disobedience è un film moderno, narra di un amore moderno, di problematiche e limiti moderni e attuali eppure del contemporaneo ha ben poco. E’ ambientato in una ristretta comunità, dove non c’è spazio per la passione. Dove il presente quasi non esiste, il tempo sembra non avere forma. Tutto è sospeso e tenuto insieme da scelte opposte ai desideri dei protagonisti. C’è una richiesta di libertà che spezza quasi il cuore a chi tende l’orecchio per ascoltarla, una litania dell’anima. Una musica, un canto che si fonde con le preghiere della comunità.

 

 

L’ho trovato intimo e con una bellissima fotografia, delle luci che regalano un viaggio introspettivo molto particolare. Non occorrono fiumi di parole, o eccessivi dialoghi quando lasci che siano gli occhi e i movimenti dei corpi a recitare per gli attori. Ogni singolo sguardo e intenzione dei tre protagonisti, fanno da cornice ad un triangolo che prende tutto lo spazio narrativo. E al centro ci sono un turbine di sentimenti: frustrazione, depressione, passione, voglia di libertà, impotenza. Un girotondo che gli attori fanno attorno ad un fuoco magistralmente tenuto a bada dalla regia di Sebastian Lelio.

Consiglio questa pellicola a tutte le persone che si sentono vittime delle proprie scelte e di ambienti ostili alla loro vera espressione, perché il finale da un messaggio di speranza e la forza di saper guardare oltre il proprio senso di colpa.

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