ANIME

ADRIAN, la serie evento – PARLIAMONE

Adriano Celentano, sfondati gli ottanta, decide di tornare a far parlare di sé con uno spettacolo in primetime su Canale 5, Adrian. Lo spettacolo riunisce alcuni talenti dell’arte italiana come Milo Manara e Nicola Piovani, e si posiziona a metà tra la serie a cartoni, la graphic novel animata, il teatro dell’assurdo, riuscendo a risultare insufficiente su tutti i fronti.

La serie è tecnicamente orrenda, non stiamo a raccontarcela. Il frame rate è imbarazzante, il montaggio indescrivibilmente didascalico, ingenuo e povero. Sembra uno di quei cartoni dei primi duemila sulle parabole del Vangelo o la nascita di St. Nicholas. Con molto sesso.

Narrativamente prende spunto dalla letteratura più abusata e inflazionata dell’ultimo decennio, quella distopica. Due ottimi esempi di questo genere di animazione sono Gatta Cenerentola (2017), e le sequenze animate del gioco Mirror’s Edge (2008). Neanche a dirlo, Adrian è un esempio non riuscito di questa letteratura. I personaggi sono caratterizzati alla svelta, l’azione drammatica è inverosimile e il fatto che quasi ogni singolo sviluppo sia incentrato sul protagonista non è giustificabile, se non per l’immenso amore che Adriano Celentano prova per se stesso. Ecco, l’ho detto.

Ma prima di arrivare al cuore della questione, spendo due parole per togliermi dai piedi quel siparietto terribile che è stato l’“Aspettando Adrian” e per un breve disclaimer. Anzi, pariamoci il culo fin da subito. Tutto ciò che dirò sulla figura professionale di Adriano Celentano riguarda esclusivamente il suo ruolo di produttore, regista e protagonista nella sua serie disgustosamente auto-celebrativa, NON la sua virtuosa carriera da cantautore né la sua persona.


Che dire dell’“Aspettando Adrian”? Una scrittura tremenda. Vedere Nino Frassica annaspare in battute che non facevano ridere né riflettere (e avevano la presunzione di svolgere contemporaneamente entrambe le funzioni) mi ha suscitato un imbarazzo interiore che non se ne sarebbe andato nemmeno con la visione di numerose ore di stand-up comedy fatte bene (Ricky Gervais, e.g.). Che poi qual è il senso di pronunciarsi su temi caldi – corruzione, dipendenza dai social etc. – con fare da tuttologi, senza avere nulla di nuovo o concreto da dire?
Va precisato che lo spettacolo dal vivo non è andato secondo copione. Gli ospiti Teo Teocoli, Michelle Hunziker e Ambra Angiolini hanno abbandonato la nave prima dell’andata in scena, a causa della scarsa presenza di Celentano alle prove. Vista la defezione dei tre, gli autori hanno arrangiato una nuova sceneggiatura, affidandosi completamente alle doti attoriali di Nino Frassica e Natalino Balasso. Per lo stesso motivo, lo show sarebbe pure finito in anticipo.

Beh, possiamo dire con molta tranquillità che Hunziker o non Hunziker, viste le premesse, lo show sarebbe stato una porcata tanto quanto.

Il culto della persona

Il nervo della questione, però, è un altro. Il fatto che il prodotto sia tecnicamente deprecabile non è poi così rilevante, perché è proprio l’operazione ideologica che sta dietro ad essere, non sbagliata, sbagliatissima. Lo show è stato ideato, scritto e prodotto da Adriano Celentano con lo scopo dichiarato di auto-celebrare non tanto la propria carriera quanto se stesso.

Scegliere di auto-rappresentarsi all’interno di un’opera è già di per sé un azzardo; rappresentarsi poi nelle vesti di salvatore della nazione, motivatore degli animi e detentore del tempo è un suicidio dichiarato. Come puoi non risultare autoreferenziale ai massimi livelli, pomposo e ridicolo quando ti poni al tuo pubblico senza un minimo di ironia o autocritica?

Vedere Adriano Celentano (scritto e ideato da Adriano Celentano) che dispensa consigli sull’amore ad un ragazzino inesperto, che scuote dal torpore spirituale persone subordinate alla dittatura, che si considera l’obiettivo numero uno del governo, è troppo. Troppo.
Prendere coscienza del fatto che tutto il siparietto iniziale altro non è che una rilettura aberrante dell’Aspettando Godot in chiave individualista, con i personaggi e il pubblico (vittima volontaria di questa tortura, bah…) che fremono per incontrare Celentano, è troppo. Decisamente troppo.

Di storie di auto-celebrazione di personaggi pubblici l’Italia è pingue. I capitoli più significativi sono stati scritti da D’Annunzio un secolo fa, fin da quando, giovanissimo, finse la morte da caduta da cavallo per salire agli onori delle cronache e poi risorgere dal Tartaro più splendido di prima. Ma qui si va addirittura oltre. Il culto della persona di Adriano Celentano, raggiunto non solo nello show ieri ma in tutta la campagna promozionale che l’ha preceduto, potrebbe risultare discreto e accettabile solo se paragonato a quello di Mao Tse-Tung, che imponeva la propria effige nelle scuole e nei centri di impiego pubblico e privato.

E a proposito di marketing, trovo davvero disgustosa la campagna pubblicitaria martellante messa in atto per Adrian. L’onnipresenza dello spot, unito all’aumento del volume audio in concomitanza con lo stesso, rendono l’attesa della messa in onda odiosa!

Una cosa, in conclusione, va riconosciuta al Molleggiato. E mi complimento personalmente e sinceramente con lui, qualora ci stesse leggendo (ahah!): grazie per esserti in parte auto-prodotto, in parte rivolto ai finanziatori privati di Mediaset (un po’ ingenui, devo dire), evitando di sprecare soldi pubblici per quest’imbarazzante aborto culturale.

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