26 maggio 2018

5 CARTONI ANIMATI TALMENTE BELLI DA POTER ESSERE APPREZZATI DA ADULTI

CARTONI ANIMATI. Matt Groening ha annunciato un nuovo cartone animato, Disincanto, che uscirà ad Agosto su Netflix. Non stiamo già nella pelle.

La notizia mi ha ispirato e dato che nelle mie rubriche parliamo quasi sempre di brutture in giro per il mondo, ho pensato che oggi sarebbe stato bello parlare di alcune delle mie fonti di ispirazione. Parliamo quindi dei cinque cartoni animati di ambientazione suburbana talmente belli da poter essere apprezzati da adulti più che da bambini.

Se ne avete altri da consigliare sulla falsa riga di questi, VI PREGO FATELO NEI COMMENTI. Sono anni che cerco cartoni animati così belli.

 

Samurai Jack

Nel 2001 Genndy Tartakovsky portò alla televisione satellitare una ventata di freschezza. Erano gli anni d’oro per Cartoon Network, rete di punta prima di Tele+ e poi Sky, durante i quali aveva consolidato una così grande fascia di utenza da potersi permettere una sperimentazione selvaggia nell’ambito dei cartoni animati. Ai tempi non esisteva la rete Adult Swim, divisione di Cartoon Network in cui oggi finiscono i cartoni con tematiche più adulte. Immaginate quindi quale poteva essere lo stupore di noialtri quando ci ritrovavamo davanti a un qualcosa di molto diverso dalle Superchicche o Il Laboratorio di Dexter.

Un cartone maturo e riflessivo, dall’ambientazione fatiscente e clima di irresistibile decadentismo. La storia di un samurai che cerca a tutti i costi di tornare indietro nel tempo per sconfiggere il male e dirottare la linea temporale su binari diversi, che non portino alla dimensione di squallore robotico e postapocalittico al quale Aku l’ha condotta.

L’eroe è un personaggio taciturno e il suo viaggio è introspettivo. Un uomo nudo, vestito solo di un kimono semitrasparente, che si muove nella landa desolata di T.S. Eliot.

CARTONI ANIMATI. Ogni frame potrebbe essere stampato e incorniciato come quadro, tanto è bello.

Mancano i contorni delle cose, i profili sono delineati da una sottilissima linea spezzata, solo apparentemente grossolana. In realtà c’è una ricerca senza precedenti sulla materia animata, che influenzerà i lavori successivi di molti autori.

Il sottofondo musicale è scarno e minimale, somiglia all’intro di Idioteque dei Radiohead. Rumore di lamiere che stridono sotto l’effetto di una pressione meccanica. Sull’erba brulla, rifiuti di una civiltà che vive al di sopra delle sue possibilità e ha uno strano rapporto con la natura. I personaggi mostri deformi, grotteschi, imbruttiti dal male, ma al contempo irresistibili. Come gli avatar dei Gorillaz.
Ti pare quasi di sentire il puzzo di olio per motori e sudore.

L’anno scorso, dopo più di dieci anni di assenza, Samurai Jack è tornato per la quinta e ultima volta. E così un anello della nostra infanzia si è chiuso.

Gli episodi sono 62, divisi in cinque stagioni e la sigla iniziale è questa (di Will I Am tra l’altro, mica cazzi):

Stream of consciousness (qui scrivo una serie di suggestioni, canzoni, film, eventi, cose, che ho mentalmente collegato all’opera). “Stop Me” Planet Funk (video). Die Antwoord. Gorillaz. Massive Attack. Gatta Cenerentola. The Secret of Kells. FlOw (Psp). Shadow of the Colossus (ps2). Okami (ps2). Gardaland. Puzzones. Wacko’s. McDonald. “Waste Land” di T. S. Eliot.

 

Kaiba

Questa è arte pura.

Ci spostiamo nell’immaginario orientale, all’interno del loro modo unico di concepire la ciclicità della vita. Un universo in cui mente e corpo non sono un tutt’uno e possono viaggiare separatamente, scambiarsi con altri corpi e altre menti. Un ragazzo, che è predestinato a sistemare le cose, sente il peso del cambiamento e di un pessimismo cosmico che Leopardi levateh. I più deboli vengono schiacciati dai più forti e chi ha il potere di cambiare la situazione è ridotto alla passività e all’inettitudine per il troppo pensare.

Già dai primi istanti della sigla ci si rende conto di essere di fronte ad un anime diverso dagli altri. Ogni scena è pervasa da nostalgia e un senso di colpa inspiegabile e inestinguibile. I disegni sono puri e semplici, i colori talmente satinati che ti riportano ai primi anni novanta. Ma non i cartoni animati degli anni novanta, quanto alle prime applicazioni per i computer e console, studiate appositamente per avvicinare i bambini all’astronomia o al corpo umano.

Le forme sono morbide, tondeggianti. Ma questa sofficità nasconde degli aculei dolorosissimi. Basti pensare alla scena in cui un personaggio fa collassare i propri organi interni facendo sesso sfrenato con la propria mente e un corpo preso in prestito. Da lontano l’occhio ingenuo del protagonista nella forma di un ippopotamo gigante osserva tutto. L’innocenza si dilegua, lasciando sulla sua faccia, come sulla nostra, l’espressione stupida di un beota alle prime armi con il mondo.

Gli episodi sono 12, in un’unica breve stagione. E la sigla è questa:

Stream of consciousness: Satoshi Kon. Tekkonkinkreet – Soli contro tutti. Mind Game. Imparando il corpo umano. Little Nemo. Il piccolo principe. Ico (ps2). Kingdom Hearts 2 (ps2).

 

Samurai Champloo

Torniamo a parlare di samurai. Sarà che il mondo dei samurai è talmente affascinante e suggestivo. Ma questi tre samurai sono molto diversi da Jack. Non sono muti, parlano. Si muovono come gatti randagi ai margini nella città, due ragazzi e una ragazza. Tutti e tre hanno un desiderio da realizzare, come ogni buon personaggio della narrativa moderna che si rispetti. Ma quello della ragazza prevale sugli altri, per originalità e purezza di sentimento: lei vuole rintracciare “Il samurai che profuma di girasoli”. Bizzarro nome, eh? Il perché della ricerca però non ve lo dico, se no vi tolgo tutto il gusto.

Il clima e i temi sono ancora più postmoderni, urbani e frenetici. Non c’è bisogno di un’ambientazione distopica per raccontare l’assurdità del presente e la deformità dell’uomo. Musiche e coreografie di combattimento che sembrano seguire la linea melodica della musica trap (quella bella però, non Young Signorino).

Una struttura episodica davvero incredibile, che sa tenerti incollato allo schermo dalla prima all’ultima puntata; mentre la storia si dipana linearmente, ci sono dei brevi archi narrativi che interrompono la narrazione principale e si presentano sotto forma di avventure picaresche. Lo stesso regista ci aveva abituato a questa struttura con Cowboy Bebop, altro esempio di perfezione narrativa fatta ad anime.

Le puntate sono 26 in un’unica stagione e la sigla iniziale fa sbavare:

Stream of consciousness: Cowboy Bebop. Lupin III. “Big City Life” – Mattafix. “Drinkin in LA” – Bran Van 2000. Fa la cosa giusta. Straight Outta Compton. GTA V.

 

Adventure Time

Cartoon Network dopo anni dal primo Samurai Jack sforna un altro capolavoro sublime. Ancora in corso di produzione, ma le prime cinque stagione sono su un altro piano rispetto a quelle di più recente uscita.

Un cartone multiforme e sfaccettato, che riunisce il maggior numero di temi mai visto in un cartone destinato a ragazzi. Affettività, amicizia, identità, orientamento sessuale, pubertà, scienza, ragione, autismo, diversità, magia, esoterismo, abusi. Il tutto è “edulcorato”, ma nel vero senso della parola.

Perché di dolcetti stiamo parlando. Dolcetti che si muovono, parlano, hanno avventure. Due protagonisti, un ragazzo in crescita (ed è una crescita effettiva, sia di corpo che di voce e mentalità dalla prima alla nona stagione) e un cane magico. Devono salvare le principesse e tutto il resto, ma questa è solo la superficie. La verità che nasconde Adventure Time è una filosofia piena di inquietudine e contraddizioni, una summa di tutte le posizioni che l’uomo ha preso nel corso della storia. Dalla più aspra razionalità illuminista personificata da Gommarosa, all’occultismo più sfacciato impersonato da Maggiormenta.

Visivamente Adventure Time è un’esplosione di Colori, suoni, movimenti. Sembra un trip di LSD e funghetti. A partire dalla sigla:

Stream of Consciousness: Over the Garden Walls – Avventura nel bosco dei misteri. Gravity Falls. Leone il cane fifone. Lo straordinario mondo di Gumball. Gli amici immaginari di Casa Foster. Le Cronache di Narnia. Steven Universe. Le meravigliose avventure di Flapjack. Regular Show. Viva Pinata (Xbox 360). Le sorprese della Kinder e Ferrero, Parmalat o McDonald degli anni 2000. Crazy Beans. Jojo’s Crazy Bones.

 

Paranoia Agent

Satoshi Kon se n’è andato nel 2010 e da allora il mondo ha perso un po’ della sua luce. Sapete quanto odio le frasi fatte, ma qui ci voleva proprio, perché il maestro ha apportato un contributo pazzesco all’arte con il un immaginario sconfinato e pazzo.
Parliamo di Paranoia Agent perché è il suo unico anime a puntate, ma dovrei citare tutti i suoi lungometraggi riusciti: Perfect Blue, Tokyo Godfather, Paprika.

Paranoia Agent è un mistery, ed è molto diverso rispetto agli altri cartoni animati citati fin qui. Negli altri l’inquietudine era profonda e inconscia, qui è tematizzata e orchestrata sapientemente per creare una suspense che non abbandona mai lo spettatore.

CARTONI ANIMATI. Storia tra il reale, l’irreale e l’onirico

L’anime parla di una serie di aggressioni ad opera di un fantomatico Shonen Bat, ovvero ragazzo armato di bastone che colpisce misericordiosamente chi ha raggiunto il limite della pressione. Pressione lavorativa, sentimentale, frammentazione della personalità, standard troppo alti, convenzioni assurde, malelingue, cattiva reputazione, depressione, solitudine. Tutti mostri spazzati via dalla mazzata inferta da un mostro ancora più grande.
Due investigatori vogliono far luce sul mistero e si ritrovano invischiati nella prigione mentale della prima vittima, che alla fine si scoprirà essere la genitrice del male primordiale. Un suo piccolo trauma dilaga, fino a diventare l’apocalisse.

Perché le nevrosi collettive sono così: all’inizio piccole come chiwhuhua, se non curate a poco a poco crescono fino a diventare orsi. E si generano i rumors, le crisi di panico immotivate e le leggende metropolitane. Anche qui la narrazione principale è impreziosita da episodi unici come la storia dei tre suicidi o l’episodio metanarrativo di come si realizzano i cartoni animati.

Sono 13 episodi di una sola stagione e la sigla è davvero un pugno negli occhi e ci piace:

Stream of consciousness: Monster (e in generale tutti i lavori di Urosawa). Serial Experiment Lain. Mushishi. Ergo Proxy. Texhnolyze. When They Cry. Ali Grigie. Merchindising delle fumetterie o di Aliexpress.

@TonyStark aka Roberto Lunelio

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