7 giugno 2018

Il film horror che non ti aspetti: Three Extremes

Dall’Asia con furore: Three… Extremes

Salve a tutti cinefili maniaci, benvenuti nell’angolo delle recensioni di Natasha!
Sì, lo so. Questo film collettivo non è esattamente di primo pelo; presentato alla 61ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nella sezione “Mezzanotte” è, dunque, del 2004.
Diciassette anni fa. Perché parlarne proprio adesso, dunque? Molto semplice.
L’ho visto di recente su Netflix. E immagino voi abbiate capito quanto io ami l’horror, vero? Non potevo assolutamente non parlarne. Grazie a questo potentissimo sito di streaming, è possibile che questa unione di mediometraggi molto interessante, ma passata molto insecondo piano nel nostro paese, potrà essere maggiormente conosciuto. Ed io sono qui per dare una mano.
Bene, ci siamo tolti il perché di questa recensione, possiamo andare al nocciolo della questione.
… O meglio, tra un attimo. Meglio fare tutti i disclaimers.
Three… Extremes non è esattamente per stomaci delicati; unisce la tradizione cinematografica asiatica, di per sé non sempre facile da digerire, a tematiche ed immagini estreme, come il titolo suggerisce. Magari, se non avete mai approcciato a questo genere, la recensione potrebbe servirvi ancora di più, dato che vi preparerò a cosa andrete incontro. Tranquilli, però, non ci sarà nessuno spoiler.

Let’s get started, shall we?
Partiamo con i mediometraggi presi in modo a sé stante; il primo di Three… Extremes è Dumplings, di Fruit Chan, paese di distribuzione Hong Kong.
Il co-regista de La Prima Missione apre questo trittico con l’opera probabilmente più difficile da digerire.
… Oh, questo suono? Solo la mia risata. Capirete tra poco il perché.
Il tema centrale di questa pellicola è la non accettazione dell’invecchiamento, la ricerca ossessiva della bellezza e, soprattutto, come la perdita della giovinezza -specie per le donne, ma ancor più per le donne del mondo dello spettacolo- sia un ostacolo che pare insormontabile. Avrete sicuramente notato che, man mano che le attrici invecchiano, i ruoli principali loro offerti sono sempre meno.
Oppure hanno comunque parecchi ruoli, ma non principali; saranno, ad esempio, le madri delle protagoniste. Certo, a Meryl Streep non succede, ma stiamo parlando di una dea del mondo cinematografico, ma sono sicura che avete capito cosa io stia dicendo. In generale, poi, le donne sentono molto di più la pressione dell’età che avanza. Sono principalmente le donne a tingersi i capelli quando questi diventano bianchi, o a sottoporsi ad interventi di chirurgia estetica. Non che ci sia nulla di male a volerlo fare per se stesse, intendiamoci.
Ma poniamoci questa domanda: su un’isola deserta, se una donna avesse comunque la possibilità di tingersi i capelli, lo farebbe comunque?
In Dumplings, a non accettare lo scorrere del tempo, è un’ex attrice di nome Mrs. Li, la quale, dopo aver interrotto la propria carriera e dopo aver scoperto le relazioni extraconiugali del proprio marito, decidere di chiedere aiuto a Zia Mei. Costei pare essere in grado di preparare un particolare pasto in grado non solo di arrestare il processo di invecchiamento, ma anche di farlo tornare sui propri passi.
Lo so, niente di particolarmente nuovo; film come La Morte ti fa bella hanno già trattato temi come questo.
Cosa rende, quindi, Dumplings speciale?
Be’, in questa pellicola non ci sono pozioni magiche, non c’è quell’aria fantastica e assurda che fa distaccare dal tema tanto serio e attuale.
Il rimedio miracoloso proposto da Zia Mei, infatti, è un pasto a base di ravioli ripieni di feti.
Sì, avete letto bene. E sì, ora capite il perché della mia risata. No, non sono una persona orribile, volevo solo alleggerire la tensione.
Lo giuro!
Comunque, vi ho dato circa due righe per elaborare la cosa, torniamo al film.
La pellicola, mostrandovi immagini estremamente poco etiche, fa riflettere su una domanda: cosa è disposto a compiere l’essere umano pur di ottenere i propri scopi?
Non vi spoilero, ovviamente, tutti gli avvenimenti del mediometraggio, specialmente il finale.
Vi pongo però un quesito che vi assillerà e vi farà venire i brividi: l’orrendo banchetto a cui si sottopone la protagonista ha effetto?
Curiosità: di Dumplings esiste anche una versione estesa di 91 minuti.
Dopo il primo, passiamo al secondo.
… Scusatemi, dovevo.

 


Di Park Chan-wook, Cut, paese di produzione Corea del Sud. Secondo capitolo di Three… Extremes.
Forse avrete già sentito il nome del regista, in caso contrario, sono pronta ad illuminarvi: quest’uomo ha diretto Old Boy. Già.
Come in Old Boy, questo mediometraggio si concentra sul tema della vendetta e sull’analisi dell’animo umano, chiedendosi questa volta cosa sia la bontà.
Quando un uomo può rimanere saldo ai propri principi e al proprio carattere davanti a situazioni estreme?
Purtroppo, però, Cut non regge il confronto con il proprio predecessore. Vediamo il perché.
Protagonista di quest’opera è un regista che pare avere tutto: ricchezza, bellezza, successo, amore e bontà d’animo. Un attore dalla vita miserabile è invidioso ed infastidito da questa perfezione e sfoga la sua rabbia su questo regista, costringendolo a partecipare ad un gioco folle: per salvare la moglie, dovrà uccidere una persona, per dimostrare di essere in grado di compiere atti terribili e di non essere così perfetto come appare.
Tecnicamente, il film è un piccolo gioiello: i tempi, i movimenti di camera, le luci, i colori e le inquadrature sono impeccabili.
Eppure la sostanza lascia a desiderare. A mio parere, ciò che rende lacunoso il tutto, è la caratterizzazione dei personaggi. Per essere un’opera sull’animo umano, di umano sembra esserci ben poco.
I protagonisti non paiono agire naturalmente, i segreti che vengono rivelati sembrano fin troppo costruiti a tavolino.
In più il film fa, a mio parere, ciò che non si dovrebbe mai fare in un esperimento mentale: dare la soluzione.
Con Dumplings continuiamo a chiederci, anche dopo la visione, se effettivamente ci possa essere una giustificazione al comportamento della protagonista; in Cut, invece, siamo inevitabilmente portati a prendere una parte, perché gli eventi ci spingono in una direzione, dandoci la possibilità di comprendere subito quale sia la strada più lecita e giusta per il protagonista. Inoltre, l’intervento di un Deus Ex Machina, in questo caso un oggetto molto piccolo all’apparenza insignificante, lascia un po’ l’amaro in bocca.

 


A concludere Three… Extremes vi è un film proveniente dal Giappone: per la regia di Takashi
Miike, Box.
Miike è un regista decisamente prolifico, nonché piuttosto controverso, ed è considerato tra i migliori cineasti nipponici. Di suoi potreste aver visto, o sentito nominare, Visitor Q, Ichi The Killer, la trilogia Dead or Alive e 13 Assassini. Da qualcuno tanto talentuoso ci si aspetta molto e, per fortuna, Miike non delude.
Kyoko, bella e giovane scrittrice, è tormentata da un episodio riguardante la sua infanzia: invidiosa della sorella e gelosa delle attenzioni che il loro protettore le donava, la rinchiude in una scatola usata in un trucco di prestigio; purtroppo, però, per un incidente, la scatola va a fuoco, segnando il destino della bambina.
Questo mediometraggio è sicuramente il meno violento a livello visivo. Poetico e in un certo senso romantico, ricalca una tipologia di horror particolarmente cara al Giappone, ovvero un tipo di terrore non visivo, ma estremamente psicologico, creato da immagini oniriche e quasi sensuali in grado di mettere addosso una grande sensazione di disagio.
E vi sembrerà di non comprendere il perché di quel disagio.
Tutta l’opera è sospesa tra sogno e realtà, fino al finale che non è per nulla fatto per chiarire, ma confonde ancora di più. Lo paragonerei alla trottola di Inception: cosa è reale? Cosa non lo è?
Vendetta ed invidia sono i temi portanti di questa pellicola, insieme ad Eros e Thanatos.
Rispetto agli altri film del trittico, però, Box si dimostra meno estremo, meno incentrato su un dilemma etico, ma soprattutto concreto; l’atmosfera rende la narrazione più simile ad una fiaba, macabra, certo, ma sempre fiaba.
Se devo fare una critica a questa pellicola, direi che risulta un po’ troppo pretenziosa. Alcune scene, per quanto visivamente bellissime, stonano un po’ con la narrazione, rendendola più pesante e meno scorrevole.
Sembra quasi che Miike, in alcuni punti, abbia più voluto pavoneggiarsi che rimanere sul punto.

 


Passiamo ora alle considerazioni generali.
Three… Extremes, è un film che, a mio parere, va visto, con i suoi pregi ed i suoi difetti.
Tutti e tre i mediometraggi, in modo più o meno convincente, trattano l’oscurità dell’animo umano e fanno lavorare il cervello. Durante la visione, vi porrete delle domande, sarete curiosi di sapere dove le trame andranno a parare e, vi assicuro, avrete bisogno di qualche minuto per riprendervi dopo aver guardato. Vi rimarrà impresso e, probabilmente, dopo un po’ di tempo sentirete la necessità di rivederlo.
Ovviamente, tutto ciò che ho espresso qui è una mia opinione, non lanciatemi pomodori o uova marce, ve ne prego.
Bene, siamo tranquilli? Nessun rancore se ho dato giudizi diversi dai vostri? Perfetto.
Cosa ne dite, ora, di andare a mangiare cinese? Offro io, tranquilli.

Natasha Vagnarelli
@BlackWidow

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